Una residenza artistica autunnale in un’abbazia benedettina occitana. Un violino, una viola da gamba, un flauto traverso ed una voce, tre musiciste. Anouck Genthon, Anna-Kaisa Meklin e Marina Tantanozi sembrano prendere, in questi dieci brani, i silenzi e la pace di un luogo come cornice per un afflato artistico pulito, lineare, unico. Quando Marina inizia ad esprimersi vocalmente in immutate traveler si sente il calore e la misura con la quale le parole di Etet Adnal e di Stelios Petrakis vengono cantate e recitate, così come il semplice vocalizzo si trasforma in forma di bellezza e di comunicazione con gli strumenti, a riempirci e bearci. Il bordone di say it clear, say it loud è ronzante, sazia e diventa raccoglimento e continua parabola, ellisse dove il moto produce un suono che non si può frenare né fermare. Poi il disco cambia, arrivano brani più brevi, quasi fotografie di momenti di scambio, creazione papabile, spirito di comunione di affinità che su diversi livelli ci porta all’interno dell’energia espressa dalle tre musiciste, ora più cheta, ora più spigolosa, ma che nelle frizioni di cylinder sembra premere le misure per un altro stato. Ed in effetti byzantine aboliti in è l’unico brano dell’album dove i brividi vengono sulla schiena, quasi a scoperchiare una parte buia che tra frulli e sibili pare evocare creature innominabili. Giusto una virgola per poi arrivare ad una sorta di summa dinamica, dove i suoni di Anouk, Anna-Kaisa e Marina ci guidano su territori inesplorati, come in una nuova mappa da loro stesse forgiata, in una sorta di Pangea artistico che accettiamo grati.
Ah, come non innamorarsi poi della label, Carton Records, che “…Support craftswomen and craftsmen in their musical and artistic experiments”? Un’altra bandierina da segnalare in un mondo free mai così rigoglioso.