tatiana paris | t h a l l e @ the new noise (it)

Di ritorno dopo il suo esordio Gibbon del 2022, Tatiana Paris non pubblica un disco, ma una sorta di organismo vivente. Un organismo che tramite una fotosintesi mirata ci nutre liberando nell’aria arie nebulose, sulle quali la musicista interviene. Il suo incedere oscilla fra strumentali cheti ed arrangiamenti acustico-rumoristi. Ricorda vagamente quell’onda magica e acustica che spesso accompagnava le uscite Tomlab, una sensibilità che di questi tempi si vede rifiorire anche nelle produzioni di aus e di Flau Records ad esempio, anche se qui, tramite il cantato, l’approccio vira in direzione di qualcosa di più intimo ed orecchiabile. I brani sembrano formarsi per genesi biologica, quasi come il corallo in copertina, molecola dopo molecola in forme e colori delicati. La chitarra boccheggia fra un respiro e l’altro, placida, a dare grumi di suono che a tratti potrebbero ricordare la magia dei Gastr Del Sol in trasparenza, quasi come se invece di spartiti Tatiana suonasse direttamente degli erbari, dando il via a piccoli caos appena percettibili, come minute forme di vita sotto il vetrino di un microscopio. Quando poi interviene l’organo di Rachel Langlais nelle due parti della title-track la magia si fa ieratica e immobile, quasi ci costringesse a cercarne una presenza con lo sguardo oltre che con l’udito. Il ritorno della voce nella conclusiva “salluit” (tutti gli interventi vocali sono tratti da poemi di Pierrick Pagé, Joséphine Bacon e Marie Andrée Gill) è un commiato crepitante e misterioso, un breve attimo di crescita e di luce condivisa fra esseri in continua evoluzione e cambiamento.