Posts in review
société étrange | heat @ musicmap (it)

SOCIETÉ ETRANGE  "Heat"
   (2026 )

Nella proposta di viaggio sonoro dei Société Étrange, il basso è il fulcro centrale dell'andamento. I suoi giri ripetitivi, abbinati alla batteria e ai suoni elettronici, danno l'idea di un trip affascinante e meditativo.

Uscito per l'etichetta Carton, “Heat” ci propone sette di queste gite nel suono. Il basso di Romain Hervault è pulsante ma a tratti anche sferragliante, senza arrivare al punk, ma contenendo una controllata dose di “sporco”. I suoni eterei ed avvolgenti di Antoine Bellini fanno da contraltare ai beat freddi e secchi della batteria elettronica.

Ogni traccia ha una durata diversa, a seconda di come si sviluppa l'estro sul materiale di partenza. Ad esempio, “Coquet” dura due minuti e mezzo, mentre “Place Saint Bruno” arriva quasi a nove. Quest'ultima si sviluppa su un giro in 7/4, in cui le note scelte dal basso fanno percepire l'armonia. La melodia ascendente fa intuire un'armonia in diminuito, ma Bellini non esegue quasi mai degli accordi completi, bensì dei singoli suoni.

C'è la ricerca dell'indefinito, per concentrarsi sull'ipnosi che scaturisce dalle ripetizioni, e sull'accumularsi di suoni. Non ci sono quindi strofe o ritornelli, ma un'unica struttura stabile. Nella titletrack, un grave suono sintetico è molto riverberato, creando un'atmosfera quasi umida.

“Fenêtre sur cour” è costellata di suoni dondolanti, mentre la parte percussiva è dominata da un ticchettio, e intanto il bassista viaggia sugli arpeggi. È uno dei brani più misteriosi ed intriganti dell'album, che procede mediamente tranquillo, senza patemi d'animo.

Una leggera inquietudine arriva invece con “Chamber dress”, dove il basso assume un timbro nasale, e il suono synth si fa acido e, insistendo su una tonalità minore, dà un colore scuro al brano. L'elemento rumoristico prende il sopravvento in “Soleil lourd”, che dà la sensazione di un sottobosco fitto e brulicante, quasi come un humus musicale.

Infine “Fifth” procede andante ancora tra suoni nasali e da trance. “Heat” è musica senza domande né risposte, una secchiata di suoni tenui ma costanti, per creare un clima di sospensione, di attesa. (Gilberto Ongaro)

antoine ferris | [kaaarst] @ african paper (de)

Antoine Ferris: Albumdebüt auf Carton Records

Veröffentlicht am 11. Mai 2026 von admin

Antoine Ferris legt dieser Tage sein Debütalbum beim Carton Records vor, der ungewöhnliche Titel der CD ist “[KAAARST]“. Die Musik bewegt sich im Spannungsfeld von experimenteller Klangarbeit, Noise, Improvisation sowie Einflüssen aus Pop, Hip-Hop und diverser elektronischer Musik. Im Zentrum steht der E-Bass, der hier nicht nur als Instrument, sondern in den Worten des Labels auch als Klangquelle und Signalgeber fungiert: Durch

Feedback, perkussive Spielweisen und den Einsatz von Effektgeräten entstehen vielschichtige, teils rohe und industrielle Klangbilder. Ergänzt wird dies, wie es ferner heißt, durch Sampling und eine bewusst eingesetzte Offenheit gegenüber dem Zufall und klanglicher Unschärfe. Neben Solostücken enthält das Album auch Kollaborationen, darunter Beiträge mit Natacha Kanga und Louie Z. Das Album ist auch zum Download erhältlich.

antoine ferris | [kaaarst] @ hörbar der nmz (de)

Natürlich gibt es immer noch musikalischen Stoff, der überrascht. Schroff und schrill knallt Antoine Ferris mit – whatever it means – [KAAARST]. Obwohl, ja, die Musik klingt wie der Album-Titel. Es «cruncht» da in alle Richtungen, die Musik zersplittert jeweils unvorhersehbar und kreischt gerne. Vor allem ist es laut und auf eine seltsam angenehme Art vollchaotisch. Die Musik springt über Stühle, Tische, versteckt sich unterm Sofa (eher selten). Ein Riesenspaß eigentlich.

Wenn die Stimmen von Natacha Kanga und Louie Z in zwei Stücken hinzutreten, könnte so ein Gefühl von Melancholie aufkommen, fast ein bisschen modisch-apricot! Wäre da nicht diese pausenlose Unruhe des Musikers Antoine Ferris aus Frankreich, der, sie werden es nicht erraten, eigentlich Kontrabass und so was spielen würde, hätte man ihn hier nicht unter Dauerstrom gesetzt.

So ist es auch im Bereich des Rhythmus: Das poltert gewaltig vor sich hin und her. [KAAARST] gehört in die Welt von Noise mit seltenen Ruhephasen, die dann doch, wie sollte es anders sein, konterkariert werden.

Das klappt vorzüglich und bläst einem alles weg, was man so mit logischem Mitdenken einfallen könnte. Dauerüberraschungsmusik, als kramte man in einer Kiste mit buntem Synthie-Zeug und bekäme mal dies, mal das zu Gehör. So steht unter Genres im Bandcamp-Katalog: experimental music, noise, impro, hip hop, industrial, pop.

Ja, das ist anstrengend. Aber so muss das! Es darf ästhetisch geballert werden, was das Zeug hält.

od bongo | bongoville @ musicmap (it)

OD BONGO  "Bongoville"
   (2026 )

Con ''Bongoville'', gli OD Bongo firmano uno dei lavori più compatti e visionari della loro discografia, cristallizzando su disco l’energia brutale e istintiva che il duo porta da anni sui palchi europei. Pubblicato il 24 aprile 2026, l’album rappresenta un punto di maturazione per il progetto di Amédée de Murcia ed Édouard Ribouillault, che qui riescono a rendere narrativo persino il caos.

''Bongoville'' è un vortice sonoro dove techno torbida, dub arrugginito, industrial trap, juke e gqom si inseguono senza soluzione di continuità. Le tracce non cercano mai la “pulizia”: tutto vibra, distorce, si sfalda e si ricompone sotto una coltre di riverbero e basse frequenze sature. I beat rimbalzano, accelerano e collassano come in una corsa notturna senza freni, restituendo una sensazione quasi fisica di movimento continuo.

La forza dell’album sta nel suo approccio primitivo ma lucidissimo. Drum machine, sampler e sintetizzatori vengono usati come strumenti di reazione immediata, più che di programmazione fine. ''Bongoville'' suona come una performance catturata nel momento esatto in cui sta per sfuggire di mano: loop ossessivi, delay che si allungano fino a deformare la percezione del tempo, bassi che saturano lo spazio fino a renderlo instabile.

La title track “Bongoville” apre il disco come una dichiarazione d’intenti: ritmi spezzati e pulsazione ipnotica che preparano il terreno ai successivi “Crystallinoron” e “Pandora”, più frenetici e taglienti. “Monsieur Fils” e “Trident Trust” introducono tensioni quasi rituali, mentre “Ocorian” chiude il percorso lasciando una sensazione di detonazione controllata. Nelle versioni estese e bonus emerge ancora di più il gusto del duo per la deformazione sonora ripetitiva.

Questo non è un disco accomodante, né cerca compromessi. È un lavoro fisico, notturno e allucinato, pensato tanto per i sistemi hi‑fi estremi quanto per i club più ostili. Gli OD Bongo riescono a trasformare il disordine in linguaggio, il rumore in racconto, confermandosi come una delle realtà più radicali e coerenti della scena elettronica europea contemporanea. L'album mette al centro il disordine controllato: strutture ritmiche che si spezzano, accelerano e collassano diventando un vero e proprio codice espressivo. Il caos non è un incidente, ma il motore del racconto sonoro. I brani insistono su basse frequenze sature, riverberi pesanti e pressione sonora, trasformando l’ascolto in un’esperienza corporea, quasi tattile. Il tema della musica come forza fisica attraversa l’intero album.

L’atmosfera è costantemente notturna, urbana e ritualistica: groove ripetitivi e ipnotici evocano trance collettive, club oscuri e spazi liminali tra danza e allucinazione. Il loop è un tema strutturale: ripetere, deformare, saturare fino a perdere il riferimento originale. La ripetizione diventa una forma di tensione narrativa più che di stabilità.

In ogni traccia si percepisce il conflitto tra controllo tecnico (drum machine, sampler, sintetizzatori) e perdita di controllo, come se il sistema potesse implodere da un momento all’altro. Infine, ''Bongoville'' è attraversato dal tema del movimento continuo: niente quiete, niente risoluzione finale, solo un avanzare nervoso e frammentato che riflette una visione instabile del presente.

In sintesi, il disco costruisce un immaginario fatto di energia grezza, trance urbana e instabilità permanente, dove il suono diventa racconto senza bisogno di parole. (Andrea Rossi)

seb brun & simon henocq | vallées @ musicmap (it)

Con ''Vallées'', Seb Brun e Simon Henocq costruiscono un paesaggio sonoro che sembra nascere prima ancora di farsi musica. Il disco non procede per brani tradizionali, ma per masse, percorsi, accumuli e rarefazioni: un flusso continuo che invita l’ascoltatore a entrare in uno spazio più che a seguire una narrazione.

L’elemento più affascinante dell’album è il suo rapporto con la materia sonora. Le percussioni di Henocq non scandiscono il tempo in modo convenzionale: emergono come fenomeni fisici, attriti, urti, risonanze che dialogano con i trattamenti elettronici e le manipolazioni timbriche di Brun. Il risultato è una musica che sembra respirare, fatta di micro-eventi e tensioni sottili, dove anche il silenzio diventa strutturale.

''Vallées'' gioca molto sull’idea di profondità. I suoni sembrano collocati su piani diversi, come se l’ascoltatore osservasse (o attraversasse) un territorio stratificato. A tratti il disco appare scabro, quasi ostile; in altri momenti si apre invece a una delicatezza inattesa, con frequenze lievi che affiorano e si dissolvono prima di stabilizzarsi. È proprio questo equilibrio instabile che tiene viva l’attenzione: nulla è decorativo, nulla è lasciato al caso.

L’improvvisazione, sebbene centrale, non è mai autoreferenziale. Brun e Henocq dimostrano un controllo notevole della forma, riuscendo a dare coerenza a un materiale che potrebbe facilmente frammentarsi. Le “vallate” del titolo sembrano alludere sia agli spazi acustici esplorati sia ai movimenti emotivi dell’ascolto: discesa, attesa, risalita, senza una gerarchia evidente.

Non è un disco che si concede facilmente al primo ascolto. ''Vallées'' richiede tempo, attenzione, e una certa disponibilità a lasciarsi disorientare. Ma è proprio in questa richiesta che risiede la sua forza: l’album non offre risposte immediate, bensì un’esperienza immersiva, quasi tattile, che continua a rivelarsi nel tempo.

In definitiva, ''Vallées'' è un lavoro rigoroso e suggestivo, capace di fondere improvvisazione, ricerca timbrica e sensibilità formale in un unico corpo sonoro. Un disco che non si limita a essere ascoltato, ma che si attraversa. (Andrea Rossi)

tatiana paris | t h a l l e @ ondarock (it)

di Gianfranco Marmoro

Piante senza radici né foglie: le suggestioni dissonanti e organiche del nuovo album di Tatiana Paris nascono dalla natura cangiante di alghe, funghi, licheni, corpi vegetali privi di tessuti vascolari complessi, simbolo di una natura che invita alla rinascita e alla giovinezza.

A comporre "Thalle" sono nove frammenti sonori che, come materia osservata al microscopio, svelano una natura ricca e articolata, spesso imprevedibile, come il cantato delicato e la melodia fluente e diafana di “Canine”. A tratti la musica diventa solenne, soprattutto quando l’organo di Rachel Langlais fa da collante all’equilibrio elettroacustico a base di field recording, synth modulari, drone music, nastri registrati e oggetti casuali: di tanta maestria e ingegno si nutrono i due capitoli drone ambient che prendono nome dal titolo dell’album, “Thalle I” e “Thalle II”.
Il caos appena percettibile e la frammentazione discorsiva di “Salluit” e l’apparente contrasto armonico di “Avril” sono due facce della stessa medaglia, un miscuglio di sperimentazione e consapevolezza tecnica che anima tutta l’opera di Tatiana Paris e che in “Thalle” trova terreno fertile per una sintesi ammirevole.

Sulle orme di artisti come Ellen Arkbro, l’artista francese esplora le grazie della musica con una tecnica esplorativa affine alla geologia e la paleontologia e il risultato è naturalmente affascinante.

tout bleu | you are tree @ muzzart (fr)

Tout Bleu « You Are Tree » (Carton Records/ZAMZAM Records/La République des Granges, 20 mars 2026)

Will Dum

Les tout crépusculaires Tout Bleu, menés par Simone Aubert (Hyperculte, Massicot) à la manière du gitan Melquiades, personnage clé de 100 ans de solitude, reviennent au village pour faire part de leurs trouvailles avec un troisième album, You Are Tree. M’en fallait pas plus, me voilà à parler du divin objet. Une dizaine d’abord chloroformée, dans la nébulosité fantomatique de l’inaugural Kind To Herself. Les voix y chuchotent, l’atmosphère angoisse. Une vague électro underground s’invite, en fin de titre. Puis Wish We All, dans un folklore champêtre possédé à la fin remuante, entérine la déviance du groupe. On s’en remet à peine que Technosapiens, lunaire, spatial, pousse encore le champ d’investigation de Tout Bleu. Le chant fait à nouveau effet, les volutes sonores également. Alive In A Future, no-wave à la majesté déjantée, obscur et bancalement lyrique, sème le même type de magie. Puis Doors, à la subtilité bluesy hantée, de son deuxième volet frénétique, fait des cinq premières plages des must absolus.

On poursuit avec enthousiasme, envouté, l’audition immergée. Ce Dit Univers, in French dans le mot, ensorcèle. On n’échappe pas à ce You Are Tree, A Mount y poste ses motifs et son louvoiement rock cerclé d’instruments déments et de vocaux à la déraison décisive. Mooch, sombre et d’un jazz hors-socle, expérimente jusqu’à ce qu’on s’en entiche. Champidou joue, ses penchants aériens le portent et ses sons fusant, son rythme kraut le placent en marge. Son terme bruisse, et puis matez-moi donc cette pochette! Plus représentatif y’a pas, à la minute où Loneliness distille pour finir son venimeux nectar « folklo » titubant et dépaysant force est de reconnaitre que Tout Bleu, perché, nous lègue là un opus qu’il faut certes aller chercher, mais dont l’assimilation recèle son lot d’extase sensorielle.

société étrange | heat @ sun burns out (fr)

par Dorian Fernandes

Nous évoquions dernièrement le trouble suscité par des groupes ou artistes dont on ne peut accoler aucun visage, à l’occasion du dernier album de Christine, quand les photos ne sont pas mises en avant, ou tout simplement parce que ces dernières sont inexistantes. Dans une même mesure mais sans qu’il soit ici question de ce besoin si humain de planter un corps sur une musique, il arrive qu’un alias de groupe suffise à  déclencher une attraction, du moins un mouvement de curiosité. Avec Société Étrange, nous ne pouvions que tilter. Heat est le troisième album du groupe lyonnais composé de Romain Hervault, Antoine Bellini et Jonathan Grandcollot. Ce trio tente une musique qu’on qualifiera, à défaut d’avoir les mots justes, d’ambient krautrock, nous poussant à faire un pas de côté et à regarder notre théâtre des banalités sous un angle décalé.

Vie à sens unique

C’est un ensemble de ronds-points, reliés par des lacets de routes, elles mêmes rattachées à des petites villes, à la fois uniques par leur nom et pourtant si semblables. Les pâtés de maison ont une trentaine d’années, formant un ensemble à la fois maussade et Coquet, classe moyenne installée. Ceci est traversé par quelques mouvements. Une certaine idée de la plénitude. Du Suicide social, aussi… Du synthé, une sorte de tension sous-marine émane, montant graduellement, derrière une apathie musicalement ambigüe. Comme si ce vernis d’urbanité allait un jour non pas s’évanouir, mais bien craqueler. Ou pas… Le groupe privilégie depuis son premier Au revoir (2015)  l’étirement des pistes, travaillant des atmosphères par sa guitare et ces motifs de notes répétées inlassablement. La station-service prend des allures de films. L’effet l’emporte, et nous ne sommes pas bien loin du récent travail solo d’Étienne Jaumet, de même qu’avec ses Zombie Zombie que l’on voit sortir du centre commercial plus éloigné, John Carpenter et des Goblins hantant là encore les lieux. Le battement métronomique et ces notes rétro-fururistes déformées font tout pour nous ouvrir à un arrière-monde, qui n’est autre que… le nôtre.

L’ordinaire devient étrange, avec Heat et son tambour de marche asthénique. On pense souvent à Fille Unique, le type de projet qu’on se réjouit de constater depuis une quinzaine d’années, évoquant instinctivement des ambiances périphériques, ni belles ni moches, mais dont il se trame un non-dit, un secret lourdement gardé. On écoute le vent, on se hasarde parmi les milliards de chemins et visions qu’offre une forêt. Sous un Soleil lourd, on va voir ce qui se trame de vie et de vide, dans une maisonnée (il semblerait) abandonnée sur laquelle on tombe au gré du hasard. Un buisson bouge, quelques ombres passent ; des cailloux déplacés au bon vouloir de l’Invisible marionnettiste. Puis… rien d’autre.

La possibilité d’un nid

Heat constituerait une excellente B.O. d’essais de Christophe Guilluy. Ou d’un bon film du duo Kervern / Delépine ; de la série de Guillaume Nicloux, Il était une seconde fois aussi. Revenu au Formule 1, on s’amuse à regarder le vis-à-vis, comme Fenêtre sur cour. On n’y voit pas grand chose ; des gens qui bougent, des enfants qu’on devine ; quelques accolades et paroles réconfortantes, un train-train rituel, mais ayant l’amabilité d’être là ; des tuiles qu’on se promet de retaper en des temps meilleurs. On ne verra le début d’un slip… Puis, la nuit venue, une petite télé comme seule loupiotte. Tout est sombre à présent, et il semblerait que le pays aille enfouir sa tristesse dans le sommeil assez tôt. Le temps passe comme des rides. Le groupe gagnerait à légèrement écourter certaines pistes, ce qui ne diminuerait aucunement leurs effets, mais permettrait de faire entrer une ou deux morceaux injectant un gain d’hétérogénéité dans le banal.

Il y a dans cette musique comme une angoisse du vide, comme s’il nous dardait du regard, sans fard. De phare, nous n’en n’avons plus. Le paysage est beau et désolé, il s’excuserait presque de sa banalité s’il le pouvait. Cette contrée a le ventre vide, souffrant d’un trop-plein dont il lui manque les mots. Société Étrange nous les refusera. Quant aux titres, ils semblent nus, énigmatiques, donnés au gré de l’aléa. Au niveau de la Place Saint Bruno, un petit monsieur tassé passe, comme chaque jour à 8h04, réglé comme un coucou. A t-il un proche qui pense à lui ? Il disparaît dans la rue, sa petite allure rapetissant jusqu’à devenir un point. Cette Société Étrange est pleine de suspension… Elle réussit à perpétuer l’hypnose, une sorte de stase dub similaire à celle ressenti avec la techno ambiant d’ugne&maria, pour mieux nous la révéler, dans ce langage mystérieux uniquement composé de notes. En cela, le groupe justifie parfaitement son nom.

bobo & behaja | aia haja? @ songlines (en)

Bobo & Behaja
Aia Haja?
Carton Records / Boomslang Records
8/10

On Aia Haja? Bobo & Behaja channel the dust and heat of Madagascar’s bals-poussière (dust balls) into six rax and electrified tsapiky tracks. A collaboration between the French four-piece Electric Vocuhila and the Malagasy group Behaja — the album was forged in motion, born from missed flights, lost gear and last-minute recording conditions. Opener ‘parepare’ launches straight in with a frenetic energy, Behaja’s virtuoso noodling picking out tightly coiled guitar melodies, while Maxime Bobo’s alto sax cuts across the groove with free-jazz grit. The galloping rhythms of ‘Kabosy’ loop and release with unrelenting momentum. ‘Handeha Hihisa Zaho Baba’ brings François Rosenfeld’s bass to the fore, a shuffling foundation upon which guitars, sax and singer Malala’s Beatific vocals build. Its feverish momentum feels inseperable from the story of its making — music shaped by airports, accidents and the stubborn will to play. In the process, tsapiky is stretched into something both fiercely traditional and restlessly novel.

OLIVIA CHEVES

société étrange | heat @ gonzaï (fr)

Société Etrange souffle un vent de chaleur sur le monde normal

Alors que prolifèrent les générations de contenus et de mots automatisés, il n’a certainement jamais été aussi anormal de composer des musiques instrumentales racontant le monde sans rien dire. C’est là que les Lyonnais de Société Etrange entrent en action avec un troisième album fondamental : Heat.

Depuis déjà plus de dix ans, le trio discret derrière Société Etrange réussit cette exploit de se frayer un chemin sinueux dans la musique dite instrumentale en possédant ce double atout rare de ressembler à un gang de serial killers lorrains extirpés d’un épisode de Faites Entrer l’Accusé, mais aussi d’être capable d’en écrire le générique. Un EP, deux albums et le tube de l’été 2022 que personne n’a entendu (La rue principale de Grandrif) : une ligne droite se dessine, voire un début de discographie solide confirmée avec ce troisième album Heat qui n’a a priori rien à voir ni avec le film de Michael Mann, ni avec la crème auto-bronzante. Encore que : en prenant le disque par la fin avec la plus belle réussite du disque (Fitfh et ses 8 minutes de nappes électroniques à la Principles of Geometry), le groupe le plus taiseux du circuit offre une fin alternative à la scène de duel entre Robert De Niro et Al Pacino sur le tarmac de l’aéroport, et se place sans difficultés dans l’interstice entre Brian Eno, Moby, Passengers (le projet secret de U2) et le Kronos Quartet ; pour ne citer que quelques uns des artistes présents sur la bande originale dudit film.

Do heat yourself

Soutenu et co-financé par la Région Auvergne Rhône Alpes, peut-être tenue d’une main de fer par un fan de Tangerine Dream ou de France, Heat ne réchauffe pas vraiment l’auditeur ; et l’inverse n’est pas plus vrai. Pendant ces belles 43 minutes, c’est un temps ralenti et étiré comme Elastic Man qui se joue ; une espèce d’outre-dub introspectif dont on est à peu près sûr que contrairement aux disques de Pierpoljak, il traversera les décennies sans rien perdre de sa force.
Au grand remplacement, le vrai, celui des musiciens par des robots algorythmés, Société Etrange oppose donc un réchauffement mélodique où le minimalisme élégant justifie toutes les notes jouées ; toutes les intentions, toutes ses références cachées. C’est d’une telle beauté primaire que dans un monde où une Brigitte Macron peut devenir DJ, où Gims se retrouver impliqué dans un trafic international à plusieurs millions d’euros et où Justin Bieber se faire payer 10 millions de dollars pour diffuser des vidéos YouTube à Coachella, la société qui dérape jusqu’à devenir malade n’est pas forcément celle que l’on croit.

Au rythme où vont les choses dans ce groupe de kraut-mou, Société Etrange devrait aborder les années 2030 avec optimisme : tout se sera pété la gueule mais eux disposeront d’une série de disques notables sur l’étagère, dont ce Heat, parfait pour cajoler l’âme au moment du grand hiver nucléaire.

Société Etrange // HEAT // co-production Bongo Joe, Carton Records & Standard In-Fi
https://societeetrange.bandcamp.com/album/heat

tangent mek | immutable traveler @ music map (it)

“Immutable Traveler”, uscito per Carton Records, è il nuovo album delle Tangent Mek, trio formato dalla violinista Anouck Genthon, dalla violista Anna-Kaisa Meklin e dalla flautista e vocalist Marina Tantanozi.

Registrato nel novembre del 2023 nell’abbazia benedettina di Soréze, in Francia, il lavoro è profondamente influenzato da quei luoghi e da quella spazialità e nasce da una purissima improvvisazione, senza materiali né concetti in mente.

Le tre protagoniste hanno raccontato di aver lasciato fluire in musica la vastità e le luci dell’abbazia, al pari di dialoghi, viaggi ed esperienze personali.

Alla luce di tutto ciò, “Immutable Traveler” sfugge a qualsivoglia classificazione in termini di genere, alla forma canzone e agli sviluppi tematici più canonici, trasformando i riverberi e le risonanze della Blue Room e della White Room, di fatto, veri e propri elementi di composizione.

I pezzi non hanno un inizio e una fine, al contrario insistono volutamente su questo senso di incompiutezza fino a renderlo la ragione principale dell’opera.

“Immutable Traveler” può risultare difficile per la sua materia, sospesa tra pulsioni e tensioni drone, noise e folk, ma senza mai correre davvero su questi binari, e per il suo linguaggio non accessibile a tutti, ma resta un disco rigoroso e coerente.

Per un'esperienza realmente autentica, è necessario un ascolto lento e attivo. (Piergiuseppe Lippolis)

tangent mek | immutable traveler @ sodapop (it)

Una residenza artistica autunnale in un’abbazia benedettina occitana. Un violino, una viola da gamba, un flauto traverso ed una voce, tre musiciste. Anouck Genthon, Anna-Kaisa Meklin e Marina Tantanozi sembrano prendere, in questi dieci brani, i silenzi e la pace di un luogo come cornice per un afflato artistico pulito, lineare, unico. Quando Marina inizia ad esprimersi vocalmente in immutate traveler si sente il calore e la misura con la quale le parole di Etet Adnal e di Stelios Petrakis vengono cantate e recitate, così come il semplice vocalizzo si trasforma in forma di bellezza e di comunicazione con gli strumenti, a riempirci e bearci. Il bordone di say it clear, say it loud è ronzante, sazia e diventa raccoglimento e continua parabola, ellisse dove il moto produce un suono che non si può frenare né fermare. Poi il disco cambia, arrivano brani più brevi, quasi fotografie di momenti di scambio, creazione papabile, spirito di comunione di affinità che su diversi livelli ci porta all’interno dell’energia espressa dalle tre musiciste, ora più cheta, ora più spigolosa, ma che nelle frizioni di cylinder sembra premere le misure per un altro stato. Ed in effetti byzantine aboliti in è l’unico brano dell’album dove i brividi vengono sulla schiena, quasi a scoperchiare una parte buia che tra frulli e sibili pare evocare creature innominabili. Giusto una virgola per poi arrivare ad una sorta di summa dinamica, dove i suoni di Anouk, Anna-Kaisa e Marina ci guidano su territori inesplorati, come in una nuova mappa da loro stesse forgiata, in una sorta di Pangea artistico che accettiamo grati.
Ah, come non innamorarsi poi della label, Carton Records, che “…Support craftswomen and craftsmen in their musical and artistic experiments”? Un’altra bandierina da segnalare in un mondo free mai così rigoglioso.

tout bleu | you are tree @ solénopole (fr)

TOUT BLEU | You Are Tree

Avec You Are Tree, son troisième album, TOUT BLEU affine une langue musicale rare : une pop d’éclats et de frottements, à la fois terrienne et flottante, lyrique et cabossée. Autour de Simone Aubert, le quatuor genevois assemble violoncelle, alto, électronique, voix mouvantes et battements décentrés pour faire surgir une forme de joie grave, presque insurgée. Un disque de transformation, d’embranchements, de secousses intérieures.

Le troisième album du groupe genevois transforme la mélancolie en poussée vitale, entre cordes hantées, pulsations obliques et poésie en friction

Dès sa pochette, You Are Tree impose une image ambiguë : un arbre qui semble aussi être un champignon géant, une forme impossible, minérale et organique à la fois, dressée dans un paysage de chaleur, de roche et d’azur. Tout le disque est là, dans cette silhouette instable. Chez TOUT BLEU, rien n’est fixé une bonne fois pour toutes. Les morceaux tiennent debout sur des appuis mouvants, comme si la matière sonore cherchait en permanence son propre équilibre.

Le quatuor genevois – Simone Aubert, POL, Luciano Turella et Beatriz Raimundo – creuse précisément cette zone de bascule : entre propulsion et suspension, entre tension intérieure et mouvement collectif, entre tristesse tenue et désir de relance. Fondé il y a près de dix ans autour de Simone Aubert, le projet confirme ici une identité immédiatement reconnaissable, faite d’angles, de fluidité, de frottements et d’élans contraires.

Une musique qui boite, donc qui vit

Ce qui frappe dans You Are Tree, c’est sa façon de ne jamais choisir entre la chair et l’architecture. Les beats peuvent se faire droits, presque mécaniques, mais les cordes viennent les fissurer. La guitare ne plaque pas le décor : elle le coud, le raye, le déplace. La voix, elle, ne surplombe rien ; elle circule. Elle apparaît comme une présence changeante, une lumière mobile dans un couloir sombre.

Les dix titres du disque, de “Kind To Herself” à “Loneliness”, en passant par “Technosapiens”, “Doors”, “Mooch” ou “Champidou”, ne racontent pas une histoire linéaire. Ils composent plutôt une cartographie de passages. On y entend une musique qui accepte de claudicuer pour mieux avancer, de se salir aux parois du réel pour mieux retrouver du souffle. Il y a là quelque chose de rare : une joie qui ne nie ni l’usure, ni le chaos, ni la fatigue du temps, mais qui choisit malgré tout de se tenir debout.

TOUT BLEU transforme la mélancolie en sève, et le trouble en mouvement.

  • ANECDOTE : Des commandes pour la danse et le cinéma

Une partie de You Are Tree ne vient pas uniquement du studio : plusieurs morceaux trouvent leur origine dans des travaux composés en amont pour la danse et le cinéma. Comme si l’album avait poussé à partir de gestes, d’images et de mouvements déjà en circulation, avant de devenir ce drôle d’arbre sonore collectif.

“Ce Dit Univers”, ou la poésie sur plaque tectonique

Au cœur du disque, “Ce Dit Univers” agit comme une chambre d’écho particulièrement saisissante. Le morceau a quelque chose d’une plainte traversée de vent, d’un blues déplacé dans un relief synthétique, d’une incantation lancée d’un sommet à l’autre. Tout y semble vaciller : le langage, le monde, les certitudes. Et pourtant, au lieu de disperser, TOUT BLEU rassemble. Le morceau donne l’impression d’un sol qui tremble sous les pieds, mais qui, dans le même mouvement, nous rappelle que nous sommes encore capables de sentir ensemble.

C’est l’une des grandes forces de You Are Tree : faire de la dissonance une forme d’hospitalité. Là où d’autres installeraient le malaise pour lui-même, TOUT BLEU l’ouvre, le partage, le transforme en espace commun. Le groupe ne cherche pas les mers d’huile ; il préfère les détroits battus, les passages où la beauté n’arrive qu’avec ses échardes.

Un disque-réseau, un disque-corps

Cette impression de monde en expansion tient aussi à la richesse de la fabrication. Autour du noyau formé par Simone Aubert, POL, Luciano Turella et Beatriz Raimundo, l’album accueille plusieurs invité·es — Maxime Tisserand, Naomi Mabanda, Fhunyue Gao, Nicholas Stücklin, Agathe Max — ainsi que des musicien·nes de l’Orchestre de Chambre de Genève, avec des arrangements de Ludovic Thirvaudey et une direction assurée par Marc Leroy-Calatayud. Une partie de la matière du disque provient aussi de travaux pensés pour la danse et le cinéma, ce qui explique peut-être cette sensation constante de mouvement, de décor qui glisse, de scène intérieure en train de se recomposer. “Loneliness”, lui, dialogue ouvertement avec Moondog.

Publié via L’Invitation au voyage / Modulor, et soutenu par plusieurs labels européens, You Are Tree confirme la singularité d’un groupe qui ne juxtapose pas ses idées : il les greffe. Il ne mélange pas pour faire moderne ; il assemble pour faire surgir une forme neuve, inquiète, poreuse, intensément habitée.

Avec You Are Tree, TOUT BLEU signe un disque des lisières, un disque de cave et de ciel, de colère gainée et d’espérance récalcitrante. Un disque qui ne promet pas l’apaisement, mais une traversée. Et parfois, c’est bien plus précieux.

A propos de Tout Bleu

TOUT BLEU est un groupe genevois fondé par Simone Aubert, figure bien connue des territoires sonores aventureux avec Hyperculte et Massicot. Aujourd’hui entourée de POL, Luciano Turella et Beatriz Raimundo, elle y déploie une musique singulière, à la fois organique et accidentée, où se croisent voix habitées, guitare en éclats, électronique, alto et violoncelle. Depuis bientôt dix ans, le quatuor construit un langage très personnel, fait de tensions poétiques, de pulsations obliques, de mélancolie active et d’élans collectifs, dans une forme d’art-pop expérimentale qui ne ressemble qu’à lui.

société étrange | heat @ section26 (fr)

Société Étrange, Heat (Carton Records)

par Renaud Sachet
Publié le 8 avril 2026

Musique instrumentale de pleins, de déliés et de vides, cette Lyonnaise des eaux troubles nous plonge dans un monde de l’attente : d’un trajet sur une route de montagne, d’une planque dans un quartier chelou, d’une salle du même nom d’un dentiste ou d’un doc, d’un rendez-vous dans un café désert, d’une journée fériée… C’est tout un univers cinétique quasi immobile qui s’ouvre dans sa lenteur et sa masse, devant nous.

Musique mentale qui met même le suspens en suspension : on prie pour un dénouement, il n’arrive jamais, puis de guerre lasse, on tombe dans l’hypnose de cette batterie-basse, recouverte de couches électroniques transparentes comme une fine couverture qui en épouserait les contours saillants. Il y a du dub dans la profondeur des échos et des reverb, il y a de la b.o. dans les lignes de basses inquiétantes et les hooks de synthé au ralenti : l’ennui et les kilomètres de musiques d’illustration audiovisuelle privées de leur support, métamorphosés en accomplissement transcendantal, ce grand truc français qui anime Zombie Zombie aussi – se transforment en sentiment concret, en appréhension du temps qui s’écoule et qu’on peut enfin saisir entre nos vieux doigts.

C’est ça, Société Étrange, une horloge intime mise en branle par trois musiciens mutiques, une animation du silence où chaque son est respecté, jamais parasité par son voisin. Comme des tableaux lumineux aux reliefs apparents et précisément détourés au fond d’une échoppe improbable, les plages semblent défiler comme par un tour de magie, alors que c’est juste un jeu de lumière qui imite le mouvement. Un diaporama où l’immobilité semble s’animer, par des tous petits motifs qui scintillent, s’allument et s’éteignent et provoquent une illusion d’optique. C’est de la dentelle, du micro détail qui demandent à l’oreille de chausser des loupes, mais le plaisir vient de cette nécessité de rester attentif à toutes ces variations extrêmement courtes qui jamais ne saturent l’espace. L’extase est au bout du chemin, d’ailleurs quand le disque s’arrête, le silence insupporte. Bon signe, ça.

seb brun & simon henocq | vallées @ citizen jazz (fr)

Henocq & Brun

Vallées

Simon Henocq (g, elec), Seb Brun (d, elec)

Label / Distribution : Carton

Au sein du label Carton, les noms de Seb Brun et de Simon Henocq font désormais partie des meubles. Le batteur Sébastien Brun est à l’origine du label, et Vallées, fruit de son nouveau duo avec le guitariste et électronicien Simon Henocq est à l’image de ce que produit le label depuis ses origines. L’électronique est partout, souvent très contondante et en perpétuel mouvement, comme c’est le cas dans le morceau-titre. Le disque est court, mais il n’y a guère besoin de davantage pour une musique directe (comme l’action du même nom) et assez minimaliste malgré les envolées lyriques d’une batterie elle-même largement fardée d’électronique (« Falaise »). Le propos est heurté et parsemé d’explosions soudaines qui peuvent rendre le propos très sinueux, comme dans « Lighthouse », morceau le plus long d’un album parsemé de précipités de quelques secondes. Contrée du drone et autres ruptures rapides, Vallées est un lieu abrupt et souvent obscur qui borde la couleur corrodée et inchangée d’un label toujours ouvert à cette passionnante électronique bruitiste.

par Franpi Barriaux // Publié le 5 avril 2026

tangent mek | immutable traveler @ chain d.l.k (en)

By Vito Camarretta(@) - Apr 02 2026

There’s always a moment, when reading phrases like “recorded in a Benedictine Abbey” and “improvised without any material”, where you brace yourself for either transcendence or an hour of politely arranged fog. "Immutable Traveler" manages the irritating trick of being both elusive and oddly precise, like a memory you don’t trust but can’t quite dismiss.

Tangent Mek operate here as cartographers of absence. Their instrumentation - violin (Anouck Genthon), viola da gamba (Anna-Kaisa Meklin), and flutes/voice (Marina Tantanozi) - suggests something rooted in early music or folk traditions, but what emerges is closer to a slow dismantling of those expectations. The trio doesn’t quote the past; they let it echo faintly, as if heard through thick stone walls and unreliable recollection.

The Abbey of Sorèze is not just a setting here, it’s an accomplice. Two rooms - the “blue” and the “white” - act less like studios and more like resonant bodies, stretching tones into long, trembling threads. Sound doesn’t sit still; it seeps, lingers, mutates. You begin to suspect that what you’re hearing is less performance than negotiation: between air and wood, between intention and accident, between what is played and what the room decides to keep.

Improvisation is often sold as freedom, but "Immutable Traveler" treats it more like archaeology. These pieces feel excavated rather than invented. Fragments surface, are turned over, partially erased, then reassembled into something that resists narrative closure. The title track, drawing from Etel Adnan, carries this particularly well: a voice that is neither fully present nor entirely gone, suspended between declaration and disappearance. It doesn’t “sing” so much as haunt the idea of singing.

Elsewhere, tracks like “say it clear, say it loud” do the opposite of what they promise, dissolving clarity into grainy textures and hesitant gestures. “drizzle” and “in the air” feel like studies in near-absence, while “byzantine abolition” briefly thickens the atmosphere into something ritualistic, almost severe, before letting it dissipate again. Even the shortest piece, “virgule”, behaves like a comma in a language that refuses to form a sentence.

There’s a quiet stubbornness to this album. It refuses to perform for the listener, refuses to resolve its tensions, refuses even to fully declare what it is. And yet, it’s not hostile. If anything, it’s strangely generous in its restraint. It allows space - actual, acoustic, psychological space - for the listener to wander, to project, to get lost without the safety net of structure.

In a world where music is often engineered to grab, hook, and retain, "Immutable Traveler" does the opposite: it drifts, withdraws, and occasionally pretends you’re not even there. Which, irritatingly, makes you lean in closer.

What Tangent Mek ultimately propose is not a journey with a destination, but a condition of perpetual transit. Memory as landscape, sound as residue, identity as something that erodes and reforms in the act of being heard. An “immutable traveler”, it turns out, is not someone who stays the same, but someone who keeps moving through change without ever quite arriving.

tangent mek | immutable traveler @ nowhere street by peter margasak

Straddling Worlds With Tangent Mek

I’m incredibly excited to catch the Berlin debut of the Switzerland-based trio Tangent Mek on Sunday March 8 at KM28. I included their remarkable debut album Immutable Traveler when I collected my 40 favorite albums of 2025, and it’s maintained its hold upon me, piling up folk-flavored balladry, extended textural excursions, collective improvisation, and chamber music sonorities, not as distinct approaches but simply as evolving terrain as the moment calls for it. That disparate quality from French violinist Anouck Genthon, Greek flutist Marina Tantanozi, and Finnish viola de gamba player Anna-Kaisa Meklin shifts around so much it’s hard to be sure where the group’s center resides, but that’s hardly worth fretting over.

It’s delightful that an unabashedly beautiful vocal piece like the title track can be followed by the fiercely aerated drone, marbling breath and grain in a dynamic act of levitation “Say it clear, say it loud,” which you can check out below. Elsewhere there’s the stunning opening piece “Glass Harmonica,” where upper register flute and violin shapes float and collide over occasional strums and terse patters on viola de gamba suggest the eerie sound of the titular instrument, while the gradual accretion of fluttering, spitting, and cycling sounds in “Drizzle” conjures a cave-like atmosphere, thickening and intensifying as it unfolds. Tangent Mek’s tour is in support of Immutable Traveler’s reissue as a CD release from the French imprint Carton on March 6.

antoine ferris | shame's coming @ md eksperiment (ua)

Industrial Rap Meets Noise: Antoine Ferris Drops "Shame’s Coming" from Debut Album [KAAARST]

Sonic Defiance: Antoine Ferris Unveils "Shame’s Coming" featuring Natacha Kanga

French bassist and experimentalist Antoine Ferris strikes a bold opening chord with "Shame’s Coming," the lead single and video from his debut solo album, [KAAARST]. A collaboration with Berlin-based artist Natacha Kanga, the track is a "rabid" fusion of committed rap, industrial noise, and jagged electro, setting a defiant tone for the full album release on Carton Records this May.

The Bass as a Percussive Weapon

In "Shame’s Coming," Ferris transforms the bass guitar from a rhythmic anchor into a source of raw, unpredictable energy. His unconventional approach to the instrument defines the track’s identity: the strings are not just plucked but struck with fists or even played with a butter knife to extract percussive, glitchy timbres.

The track creates a tense, industrial landscape where:

  • Natacha Kanga’s fierce vocal delivery cuts through layers of noise.

  • Random rhythms generated by custom effects pedals collide with heavy bass feedback.

  • Elements of experimental hip-hop meet the abrasive aesthetics of artists like Mopcut or Lukas Koenig.

A Dialogue of Glitches and Melancholy

While "Shame’s Coming" leans into the "noise and rap" borders, the upcoming album [KAAARST] promises a broader dialogue between industrial chaos and a singular sense of melancholy. Based in the Toulouse experimental scene and known for his work with groups like Baraque à Free and Megacoaster, Ferris uses his solo debut to explore the intersection of acoustic improvisation and electronic sampling.

The accompanying video visually echoes this "glitch" philosophy, capturing the frantic energy of a performer who treats his instrument as an electronic signal source as much as a physical object.