Seznam skladb za 19. 5. 2026, 7.00–11.00
Seznam skladb za 17. 5. 2026, 14.00–18.00 (Lara Nia Matos)
Music: Wiggly Air – Deafkids, My Heart, An Inverted Flame, it foot, it ears, FRANTX, Tom Waits and Massive Attack
Electro blipmares from Paris. The French/Italian four-piece FRANTX sound decidedly more contemporary than does it foot, it ears, but are similarly disorienting, likely because I don’t speak French. They’re super-cute and vaguely anxious, technicolor techno masking what seems to be a disaffected detachment. All four members provide (processed) vocals and synth textures on their debut IDUTYDU (LP, download from Carton Records May 22), although there’s also occasional acoustic guitar and tuba as well. A slow chaos ensues, as on “Pingu Trauma,” in which a robot sing-a-long interrupts what sounds like a cartoon ensconced in a blanket of scorn. There are little melodies at times, but there’s not often much going on in song form. Still, it manages to keep a poppish feel aloft, like comic sans illbient. The lyrics might point a different direction, but that said, the album’s final track, “Fly Communication,” delivered in accented English, is about our inability to converse with bugs, even when they say they understand. Communication is overrated.
SOCIETÉ ETRANGE "Heat"
(2026 )
Nella proposta di viaggio sonoro dei Société Étrange, il basso è il fulcro centrale dell'andamento. I suoi giri ripetitivi, abbinati alla batteria e ai suoni elettronici, danno l'idea di un trip affascinante e meditativo.
Uscito per l'etichetta Carton, “Heat” ci propone sette di queste gite nel suono. Il basso di Romain Hervault è pulsante ma a tratti anche sferragliante, senza arrivare al punk, ma contenendo una controllata dose di “sporco”. I suoni eterei ed avvolgenti di Antoine Bellini fanno da contraltare ai beat freddi e secchi della batteria elettronica.
Ogni traccia ha una durata diversa, a seconda di come si sviluppa l'estro sul materiale di partenza. Ad esempio, “Coquet” dura due minuti e mezzo, mentre “Place Saint Bruno” arriva quasi a nove. Quest'ultima si sviluppa su un giro in 7/4, in cui le note scelte dal basso fanno percepire l'armonia. La melodia ascendente fa intuire un'armonia in diminuito, ma Bellini non esegue quasi mai degli accordi completi, bensì dei singoli suoni.
C'è la ricerca dell'indefinito, per concentrarsi sull'ipnosi che scaturisce dalle ripetizioni, e sull'accumularsi di suoni. Non ci sono quindi strofe o ritornelli, ma un'unica struttura stabile. Nella titletrack, un grave suono sintetico è molto riverberato, creando un'atmosfera quasi umida.
“Fenêtre sur cour” è costellata di suoni dondolanti, mentre la parte percussiva è dominata da un ticchettio, e intanto il bassista viaggia sugli arpeggi. È uno dei brani più misteriosi ed intriganti dell'album, che procede mediamente tranquillo, senza patemi d'animo.
Una leggera inquietudine arriva invece con “Chamber dress”, dove il basso assume un timbro nasale, e il suono synth si fa acido e, insistendo su una tonalità minore, dà un colore scuro al brano. L'elemento rumoristico prende il sopravvento in “Soleil lourd”, che dà la sensazione di un sottobosco fitto e brulicante, quasi come un humus musicale.
Infine “Fifth” procede andante ancora tra suoni nasali e da trance. “Heat” è musica senza domande né risposte, una secchiata di suoni tenui ma costanti, per creare un clima di sospensione, di attesa. (Gilberto Ongaro)
Antoine Ferris: Albumdebüt auf Carton Records
Veröffentlicht am 11. Mai 2026 von admin
Antoine Ferris legt dieser Tage sein Debütalbum beim Carton Records vor, der ungewöhnliche Titel der CD ist “[KAAARST]“. Die Musik bewegt sich im Spannungsfeld von experimenteller Klangarbeit, Noise, Improvisation sowie Einflüssen aus Pop, Hip-Hop und diverser elektronischer Musik. Im Zentrum steht der E-Bass, der hier nicht nur als Instrument, sondern in den Worten des Labels auch als Klangquelle und Signalgeber fungiert: Durch
Feedback, perkussive Spielweisen und den Einsatz von Effektgeräten entstehen vielschichtige, teils rohe und industrielle Klangbilder. Ergänzt wird dies, wie es ferner heißt, durch Sampling und eine bewusst eingesetzte Offenheit gegenüber dem Zufall und klanglicher Unschärfe. Neben Solostücken enthält das Album auch Kollaborationen, darunter Beiträge mit Natacha Kanga und Louie Z. Das Album ist auch zum Download erhältlich.
Natürlich gibt es immer noch musikalischen Stoff, der überrascht. Schroff und schrill knallt Antoine Ferris mit – whatever it means – [KAAARST]. Obwohl, ja, die Musik klingt wie der Album-Titel. Es «cruncht» da in alle Richtungen, die Musik zersplittert jeweils unvorhersehbar und kreischt gerne. Vor allem ist es laut und auf eine seltsam angenehme Art vollchaotisch. Die Musik springt über Stühle, Tische, versteckt sich unterm Sofa (eher selten). Ein Riesenspaß eigentlich.
Wenn die Stimmen von Natacha Kanga und Louie Z in zwei Stücken hinzutreten, könnte so ein Gefühl von Melancholie aufkommen, fast ein bisschen modisch-apricot! Wäre da nicht diese pausenlose Unruhe des Musikers Antoine Ferris aus Frankreich, der, sie werden es nicht erraten, eigentlich Kontrabass und so was spielen würde, hätte man ihn hier nicht unter Dauerstrom gesetzt.
So ist es auch im Bereich des Rhythmus: Das poltert gewaltig vor sich hin und her. [KAAARST] gehört in die Welt von Noise mit seltenen Ruhephasen, die dann doch, wie sollte es anders sein, konterkariert werden.
Das klappt vorzüglich und bläst einem alles weg, was man so mit logischem Mitdenken einfallen könnte. Dauerüberraschungsmusik, als kramte man in einer Kiste mit buntem Synthie-Zeug und bekäme mal dies, mal das zu Gehör. So steht unter Genres im Bandcamp-Katalog: experimental music, noise, impro, hip hop, industrial, pop.
Ja, das ist anstrengend. Aber so muss das! Es darf ästhetisch geballert werden, was das Zeug hält.
OD BONGO "Bongoville"
(2026 )
Con ''Bongoville'', gli OD Bongo firmano uno dei lavori più compatti e visionari della loro discografia, cristallizzando su disco l’energia brutale e istintiva che il duo porta da anni sui palchi europei. Pubblicato il 24 aprile 2026, l’album rappresenta un punto di maturazione per il progetto di Amédée de Murcia ed Édouard Ribouillault, che qui riescono a rendere narrativo persino il caos.
''Bongoville'' è un vortice sonoro dove techno torbida, dub arrugginito, industrial trap, juke e gqom si inseguono senza soluzione di continuità. Le tracce non cercano mai la “pulizia”: tutto vibra, distorce, si sfalda e si ricompone sotto una coltre di riverbero e basse frequenze sature. I beat rimbalzano, accelerano e collassano come in una corsa notturna senza freni, restituendo una sensazione quasi fisica di movimento continuo.
La forza dell’album sta nel suo approccio primitivo ma lucidissimo. Drum machine, sampler e sintetizzatori vengono usati come strumenti di reazione immediata, più che di programmazione fine. ''Bongoville'' suona come una performance catturata nel momento esatto in cui sta per sfuggire di mano: loop ossessivi, delay che si allungano fino a deformare la percezione del tempo, bassi che saturano lo spazio fino a renderlo instabile.
La title track “Bongoville” apre il disco come una dichiarazione d’intenti: ritmi spezzati e pulsazione ipnotica che preparano il terreno ai successivi “Crystallinoron” e “Pandora”, più frenetici e taglienti. “Monsieur Fils” e “Trident Trust” introducono tensioni quasi rituali, mentre “Ocorian” chiude il percorso lasciando una sensazione di detonazione controllata. Nelle versioni estese e bonus emerge ancora di più il gusto del duo per la deformazione sonora ripetitiva.
Questo non è un disco accomodante, né cerca compromessi. È un lavoro fisico, notturno e allucinato, pensato tanto per i sistemi hi‑fi estremi quanto per i club più ostili. Gli OD Bongo riescono a trasformare il disordine in linguaggio, il rumore in racconto, confermandosi come una delle realtà più radicali e coerenti della scena elettronica europea contemporanea. L'album mette al centro il disordine controllato: strutture ritmiche che si spezzano, accelerano e collassano diventando un vero e proprio codice espressivo. Il caos non è un incidente, ma il motore del racconto sonoro. I brani insistono su basse frequenze sature, riverberi pesanti e pressione sonora, trasformando l’ascolto in un’esperienza corporea, quasi tattile. Il tema della musica come forza fisica attraversa l’intero album.
L’atmosfera è costantemente notturna, urbana e ritualistica: groove ripetitivi e ipnotici evocano trance collettive, club oscuri e spazi liminali tra danza e allucinazione. Il loop è un tema strutturale: ripetere, deformare, saturare fino a perdere il riferimento originale. La ripetizione diventa una forma di tensione narrativa più che di stabilità.
In ogni traccia si percepisce il conflitto tra controllo tecnico (drum machine, sampler, sintetizzatori) e perdita di controllo, come se il sistema potesse implodere da un momento all’altro. Infine, ''Bongoville'' è attraversato dal tema del movimento continuo: niente quiete, niente risoluzione finale, solo un avanzare nervoso e frammentato che riflette una visione instabile del presente.
In sintesi, il disco costruisce un immaginario fatto di energia grezza, trance urbana e instabilità permanente, dove il suono diventa racconto senza bisogno di parole. (Andrea Rossi)
Fango Radio
Suoni dalla Pattumiera astrale
01.05.2026
#ambient #experimental #industrial
w/ Adern X
Adern X è un artista, attivo sia in campo sonoro che visivo, che usa come mattone essenziale nella sua estetica l’oggetto registrato, perché intrinsecamente legato al tema della memoria intesa come rielaborazione personale dei ricordi. Ha all’attivo svariati CD e diverse esposizioni collettive di arte contemporanea
Un’ora di musica scelta da Adern X mixata senza interruzioni, ma non per questo senza silenzio, e senza vincoli di genere, ma non per questo senza limiti. Quando si può ascoltare tutto accettando passivamente le scelte di un algoritmo legato ai gusti di massa, andare a cercare coloro che hanno preferito la zona d’ombra pur di conciliare il suono, come esperienza sensoriale, e la musica, come disegno razionale. Riportare al centro le scelte di chi trasmette la musica, anziché i gusti di chi l’ascolta, e dare ai suoni un senso, anziché solo del tempo.
Con ''Vallées'', Seb Brun e Simon Henocq costruiscono un paesaggio sonoro che sembra nascere prima ancora di farsi musica. Il disco non procede per brani tradizionali, ma per masse, percorsi, accumuli e rarefazioni: un flusso continuo che invita l’ascoltatore a entrare in uno spazio più che a seguire una narrazione.
L’elemento più affascinante dell’album è il suo rapporto con la materia sonora. Le percussioni di Henocq non scandiscono il tempo in modo convenzionale: emergono come fenomeni fisici, attriti, urti, risonanze che dialogano con i trattamenti elettronici e le manipolazioni timbriche di Brun. Il risultato è una musica che sembra respirare, fatta di micro-eventi e tensioni sottili, dove anche il silenzio diventa strutturale.
''Vallées'' gioca molto sull’idea di profondità. I suoni sembrano collocati su piani diversi, come se l’ascoltatore osservasse (o attraversasse) un territorio stratificato. A tratti il disco appare scabro, quasi ostile; in altri momenti si apre invece a una delicatezza inattesa, con frequenze lievi che affiorano e si dissolvono prima di stabilizzarsi. È proprio questo equilibrio instabile che tiene viva l’attenzione: nulla è decorativo, nulla è lasciato al caso.
L’improvvisazione, sebbene centrale, non è mai autoreferenziale. Brun e Henocq dimostrano un controllo notevole della forma, riuscendo a dare coerenza a un materiale che potrebbe facilmente frammentarsi. Le “vallate” del titolo sembrano alludere sia agli spazi acustici esplorati sia ai movimenti emotivi dell’ascolto: discesa, attesa, risalita, senza una gerarchia evidente.
Non è un disco che si concede facilmente al primo ascolto. ''Vallées'' richiede tempo, attenzione, e una certa disponibilità a lasciarsi disorientare. Ma è proprio in questa richiesta che risiede la sua forza: l’album non offre risposte immediate, bensì un’esperienza immersiva, quasi tattile, che continua a rivelarsi nel tempo.
In definitiva, ''Vallées'' è un lavoro rigoroso e suggestivo, capace di fondere improvvisazione, ricerca timbrica e sensibilità formale in un unico corpo sonoro. Un disco che non si limita a essere ascoltato, ma che si attraversa. (Andrea Rossi)
Piante senza radici né foglie: le suggestioni dissonanti e organiche del nuovo album di Tatiana Paris nascono dalla natura cangiante di alghe, funghi, licheni, corpi vegetali privi di tessuti vascolari complessi, simbolo di una natura che invita alla rinascita e alla giovinezza.
A comporre "Thalle" sono nove frammenti sonori che, come materia osservata al microscopio, svelano una natura ricca e articolata, spesso imprevedibile, come il cantato delicato e la melodia fluente e diafana di “Canine”. A tratti la musica diventa solenne, soprattutto quando l’organo di Rachel Langlais fa da collante all’equilibrio elettroacustico a base di field recording, synth modulari, drone music, nastri registrati e oggetti casuali: di tanta maestria e ingegno si nutrono i due capitoli drone ambient che prendono nome dal titolo dell’album, “Thalle I” e “Thalle II”.
Il caos appena percettibile e la frammentazione discorsiva di “Salluit” e l’apparente contrasto armonico di “Avril” sono due facce della stessa medaglia, un miscuglio di sperimentazione e consapevolezza tecnica che anima tutta l’opera di Tatiana Paris e che in “Thalle” trova terreno fertile per una sintesi ammirevole.
Sulle orme di artisti come Ellen Arkbro, l’artista francese esplora le grazie della musica con una tecnica esplorativa affine alla geologia e la paleontologia e il risultato è naturalmente affascinante.
Pi Radio
88.4 (Berlin) & 90.7 (Potsdam)
Digital in Berlin #250
23.04.2025, 21.30-23.00
http://piradio.de
https://hearthis.at/pi-radio/2026-04-23-21-30-digital-in-berlin-recommended-250/
timecode 37:50
IDUTYDU by FRANTX. A fascinating LP from this Paris experimental group where the human voice becomes a pliable instrument amidst drones & electronics.
Tout Bleu « You Are Tree » (Carton Records/ZAMZAM Records/La République des Granges, 20 mars 2026)
Les tout crépusculaires Tout Bleu, menés par Simone Aubert (Hyperculte, Massicot) à la manière du gitan Melquiades, personnage clé de 100 ans de solitude, reviennent au village pour faire part de leurs trouvailles avec un troisième album, You Are Tree. M’en fallait pas plus, me voilà à parler du divin objet. Une dizaine d’abord chloroformée, dans la nébulosité fantomatique de l’inaugural Kind To Herself. Les voix y chuchotent, l’atmosphère angoisse. Une vague électro underground s’invite, en fin de titre. Puis Wish We All, dans un folklore champêtre possédé à la fin remuante, entérine la déviance du groupe. On s’en remet à peine que Technosapiens, lunaire, spatial, pousse encore le champ d’investigation de Tout Bleu. Le chant fait à nouveau effet, les volutes sonores également. Alive In A Future, no-wave à la majesté déjantée, obscur et bancalement lyrique, sème le même type de magie. Puis Doors, à la subtilité bluesy hantée, de son deuxième volet frénétique, fait des cinq premières plages des must absolus.
On poursuit avec enthousiasme, envouté, l’audition immergée. Ce Dit Univers, in French dans le mot, ensorcèle. On n’échappe pas à ce You Are Tree, A Mount y poste ses motifs et son louvoiement rock cerclé d’instruments déments et de vocaux à la déraison décisive. Mooch, sombre et d’un jazz hors-socle, expérimente jusqu’à ce qu’on s’en entiche. Champidou joue, ses penchants aériens le portent et ses sons fusant, son rythme kraut le placent en marge. Son terme bruisse, et puis matez-moi donc cette pochette! Plus représentatif y’a pas, à la minute où Loneliness distille pour finir son venimeux nectar « folklo » titubant et dépaysant force est de reconnaitre que Tout Bleu, perché, nous lègue là un opus qu’il faut certes aller chercher, mais dont l’assimilation recèle son lot d’extase sensorielle.
experimental
Fascinating LP from this Paris experimental group where the human voice becomes a pliable instrument amidst drones & electronics.
par Dorian Fernandes
Nous évoquions dernièrement le trouble suscité par des groupes ou artistes dont on ne peut accoler aucun visage, à l’occasion du dernier album de Christine, quand les photos ne sont pas mises en avant, ou tout simplement parce que ces dernières sont inexistantes. Dans une même mesure mais sans qu’il soit ici question de ce besoin si humain de planter un corps sur une musique, il arrive qu’un alias de groupe suffise à déclencher une attraction, du moins un mouvement de curiosité. Avec Société Étrange, nous ne pouvions que tilter. Heat est le troisième album du groupe lyonnais composé de Romain Hervault, Antoine Bellini et Jonathan Grandcollot. Ce trio tente une musique qu’on qualifiera, à défaut d’avoir les mots justes, d’ambient krautrock, nous poussant à faire un pas de côté et à regarder notre théâtre des banalités sous un angle décalé.
Vie à sens unique
C’est un ensemble de ronds-points, reliés par des lacets de routes, elles mêmes rattachées à des petites villes, à la fois uniques par leur nom et pourtant si semblables. Les pâtés de maison ont une trentaine d’années, formant un ensemble à la fois maussade et Coquet, classe moyenne installée. Ceci est traversé par quelques mouvements. Une certaine idée de la plénitude. Du Suicide social, aussi… Du synthé, une sorte de tension sous-marine émane, montant graduellement, derrière une apathie musicalement ambigüe. Comme si ce vernis d’urbanité allait un jour non pas s’évanouir, mais bien craqueler. Ou pas… Le groupe privilégie depuis son premier Au revoir (2015) l’étirement des pistes, travaillant des atmosphères par sa guitare et ces motifs de notes répétées inlassablement. La station-service prend des allures de films. L’effet l’emporte, et nous ne sommes pas bien loin du récent travail solo d’Étienne Jaumet, de même qu’avec ses Zombie Zombie que l’on voit sortir du centre commercial plus éloigné, John Carpenter et des Goblins hantant là encore les lieux. Le battement métronomique et ces notes rétro-fururistes déformées font tout pour nous ouvrir à un arrière-monde, qui n’est autre que… le nôtre.
L’ordinaire devient étrange, avec Heat et son tambour de marche asthénique. On pense souvent à Fille Unique, le type de projet qu’on se réjouit de constater depuis une quinzaine d’années, évoquant instinctivement des ambiances périphériques, ni belles ni moches, mais dont il se trame un non-dit, un secret lourdement gardé. On écoute le vent, on se hasarde parmi les milliards de chemins et visions qu’offre une forêt. Sous un Soleil lourd, on va voir ce qui se trame de vie et de vide, dans une maisonnée (il semblerait) abandonnée sur laquelle on tombe au gré du hasard. Un buisson bouge, quelques ombres passent ; des cailloux déplacés au bon vouloir de l’Invisible marionnettiste. Puis… rien d’autre.
La possibilité d’un nid
Heat constituerait une excellente B.O. d’essais de Christophe Guilluy. Ou d’un bon film du duo Kervern / Delépine ; de la série de Guillaume Nicloux, Il était une seconde fois aussi. Revenu au Formule 1, on s’amuse à regarder le vis-à-vis, comme Fenêtre sur cour. On n’y voit pas grand chose ; des gens qui bougent, des enfants qu’on devine ; quelques accolades et paroles réconfortantes, un train-train rituel, mais ayant l’amabilité d’être là ; des tuiles qu’on se promet de retaper en des temps meilleurs. On ne verra le début d’un slip… Puis, la nuit venue, une petite télé comme seule loupiotte. Tout est sombre à présent, et il semblerait que le pays aille enfouir sa tristesse dans le sommeil assez tôt. Le temps passe comme des rides. Le groupe gagnerait à légèrement écourter certaines pistes, ce qui ne diminuerait aucunement leurs effets, mais permettrait de faire entrer une ou deux morceaux injectant un gain d’hétérogénéité dans le banal.
Il y a dans cette musique comme une angoisse du vide, comme s’il nous dardait du regard, sans fard. De phare, nous n’en n’avons plus. Le paysage est beau et désolé, il s’excuserait presque de sa banalité s’il le pouvait. Cette contrée a le ventre vide, souffrant d’un trop-plein dont il lui manque les mots. Société Étrange nous les refusera. Quant aux titres, ils semblent nus, énigmatiques, donnés au gré de l’aléa. Au niveau de la Place Saint Bruno, un petit monsieur tassé passe, comme chaque jour à 8h04, réglé comme un coucou. A t-il un proche qui pense à lui ? Il disparaît dans la rue, sa petite allure rapetissant jusqu’à devenir un point. Cette Société Étrange est pleine de suspension… Elle réussit à perpétuer l’hypnose, une sorte de stase dub similaire à celle ressenti avec la techno ambiant d’ugne&maria, pour mieux nous la révéler, dans ce langage mystérieux uniquement composé de notes. En cela, le groupe justifie parfaitement son nom.
Aired on 29.03.26, 12:00pm
Quite a journey today, through genres, countries & continents, emotions and BPMs. This is how we do it in the house of Utility Fog.
Tonight at the top of the show I featured tracks from two big compilations of incredible Lebanese experimental music released by Tunefork Studios on Bandcamp to raise money for the millions of people displaced by Israel's invasion & now occupation of southern Lebanon. Land 01 came out in 2024, and now Land 02 and Land 03 have come out simultaneously. They're jam-packed with amazing music. There's a discount for getting all three, and it will go directly to supporting people in immediate need.
FRANTX – BARBIECUE [Carton Records/Bandcamp]
Andrea Giordano, Kalle Moberg, Jo David Meyer Lysne – D’antorn a lor [Black Truffle Records/Bandcamp]
Two releases here show the breadth of the work of Oslo-based Italian musician & singer Andrea Giordano, mentioned above as an early collaborator with Nicolas Remondino in their electro-acoustic duo ŌTONN and the contemporary classical/jazz Dròlo Ensemble. And while I say she is Oslo-based, Giordano is also leader of the Paris-based “glit-noise” band FRANTX. As far as I know, in FRANTX she is lead singer, also playing melodica and all sorts of electronics (in other groups she plays winds and various keyboard-based instruments including accordion). I intrepret “glit” as “glitch”, but it could also refer to glitter, and the group has a glittery queer punk attitude, tackling the politics of making music in the current context, expressing themselves through electro-acoustic experimentalism, punk noise (or noisy punk) and a weird instrumental lineup (guitar & drums added to Giordano’s melodica and Fanny Meteier‘s tuba). The album’s out on May 22, titled IDUTYU (“I Didn’t Understand That You Didn’t Understand”).
Utility Fog teeters on the cusp between acoustic and electronic, organic and digital. Constantly changing and rearranging, this aural cloud of nanotech consumes genres and spits them out in new forms.
Peter Hollo curates each episode around a narrative of genre-plasticity, deep-diving into artist histories, side projects and influences. Challenging sounds are contextualised within musical movements, surprising connections are uncovered, unfairly overlooked works are revisited.
Come on a journey through music in all its ugly beauty.
Full links and extra info can be found at the Utility Fog blog
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Bobo & Behaja
Aia Haja?
Carton Records / Boomslang Records
8/10
On Aia Haja? Bobo & Behaja channel the dust and heat of Madagascar’s bals-poussière (dust balls) into six rax and electrified tsapiky tracks. A collaboration between the French four-piece Electric Vocuhila and the Malagasy group Behaja — the album was forged in motion, born from missed flights, lost gear and last-minute recording conditions. Opener ‘parepare’ launches straight in with a frenetic energy, Behaja’s virtuoso noodling picking out tightly coiled guitar melodies, while Maxime Bobo’s alto sax cuts across the groove with free-jazz grit. The galloping rhythms of ‘Kabosy’ loop and release with unrelenting momentum. ‘Handeha Hihisa Zaho Baba’ brings François Rosenfeld’s bass to the fore, a shuffling foundation upon which guitars, sax and singer Malala’s Beatific vocals build. Its feverish momentum feels inseperable from the story of its making — music shaped by airports, accidents and the stubborn will to play. In the process, tsapiky is stretched into something both fiercely traditional and restlessly novel.
OLIVIA CHEVES